in viaggio

Talassoterapia

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Lasciamo sempre qualcosa di noi quando ce ne andiamo da un posto. Rimaniamo lì anche una volta andati via. E ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solo tornando in quei luoghi…(*)

Per tantissimi anni ho lasciato a casa dei nonni, nello stipetto del comodino, un paio di infradito bianche e rosse. Ogni estate, appena arrivata, le calzavo e puntualmente mi sorprendevo di quanto fossero scomode. Così le rimettevo al loro posto e non le toccavo più fino all’estate successiva. Era il rituale, nato per gioco,  con cui riprendevo da dove avevo lasciato l’anno prima, azzerando tutto quello che c’era stato in mezzo. Tutti conoscevano questa mia abitudine per cui nessuno mai si è azzardato a buttarle o a pensare di farlo. L’ho fatto io quando ormai i nonni non c’erano più  ma ancora oggi, quando ritorno, è la prima cosa a cui penso. Un sorriso complice che non posso trattenere e mi  ritrovo con la stessa aria incosciente e divertita di allora. Spalanco porte e finestre, apro gli armadi, metto in funzione il frigo, preparo i letti e con il sole e il sale e le vigne tutte intorno esplode, più forte che mai, la mia natura mediterranea.

*da “Treno di notte per Lisbona”

 

 

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persone

Rose

 

Si chiama Rose. E’ minuta e asciutta con il volto solcato da rughe profonde come la sua voce. Ci accoglie con un sorriso, gli occhiali stretti in mano, il profumo del caffè. La stanza è invasa dalla luce e, piano, tiriamo fuori i lavori della settimana. Lei li osserva attentamente e non tarda a restituirci un sorriso compiaciuto o un rimprovero affettuoso. Ci guida, ci insegna e ci incoraggia, con passione, a lavorare sodo.

Sto per cimentarmi con un passaggio difficile; voglio riuscire a ottenere un ottimo risultato e sono preoccupata. Tergiverso. Senza tante cerimonie mi sollecita a incominciare. “Siediti e sbaglia pure tutte le volte che vuoi”.  C’è magia nelle sue parole. E’ come se avesse fatto un incantesimo. Non ho più paura, né ansia da prestazione, né fretta; solo voglia di provare, ricominciare, sperimentare.

Sbagliare rende felici. Dovremmo ricordarcene più spesso.

intervallo

La La…Love

paris

 

Yes, all we’re looking for is love from someone else
A rush
A glance
A touch
A dance

A look in somebody’s eyes
To light up the skies
To open the world and send it reeling
A voice that says, I’ll be here
And you’ll be alright

I don’t care if I know
Just where I will go
‘Cause all that I need is this crazy feeling
A rat-tat-tat on my heart

persone

Islomania

mediterraneo

 

“….Ho trovato in un punto dei quaderni di Gideon la descrizione delle malattie che la scienza medica non ha ancora classificato; fra esse c’era l’islomania, descritta come una rara e sconosciuta pena dell’animo. Ci sono uomini, spiegava in questo caso Gideon, che ritengono in qualche modo le isole irresistibili; la conoscenza che riescono ad ottenere di qualcuna di esse, di questi piccoli mondi circondati dal mare, li colma di una indescrivibile ebbrezza….”

Predrag Matvejević citava questo passo di Durrell in “Mediterraneo. Un nuovo breviario”, confessando di averne sofferto anche lui e di continuare ad esserne affetto “di quando in quando”. Risfoglio, oggi, il volume e ricordo con affetto e ammirazione la sua semplicità complessa e invincibile.

in viaggio

Sogno o son desto?

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Parto a vele spiegate per una destinazione sconosciuta. Non mi proteggo dal freddo che colpisce il viso. Lo accolgo con sollievo. Non mi curo della fame e della sete. Non sono mai stata così piena di energie. Ho tutto da scoprire, da esplorare, da inventare. Mi scrollo di dosso la pesante coltre grigia che offuscava lo sguardo sul mondo, che gravava sulle spalle e rallentava i passi, che intimoriva i pensieri sul nascere. Indosso una pelle nuova che sto di giorno in giorno sperimentando e adattando al mio corpo. Mi sorprendo. Getto via ciò che è rotto e inutilizzabile. Mi sbarazzo dei carichi ingombranti. E mi gongolo osservando, dinnanzi, l’orizzonte ampio, sgombro, pieno di possibilità.

intervallo

Hey Mister D.J.

mr dj

Chiamatemi Santiago… che Manolito mi va stretto.

7.30 a.m. Siamo in auto. Silenzio. La luna sta tramontando e il sole sta sorgendo da dietro gli alberi. E’ uno spettacolo miracoloso. Sembra di stare nella savana, se non fosse per lo spesso strato di brina che ricopre tutto. Santiago siede accanto a me, assorto. No, non è assorto…è mezzo addormentato. Colpa mia, gli ho fatto fare tardi per andare a vedere insieme “1200 km di bellezza” (visione con la presenza del regista Italo Moscati). Lo osservo con la coda dell’occhio mentre abbozza una virgola di sorriso. Sta per succedere qualcosa. Il sole si alza oltre la line a dell’orizzonte e parte “Space Truckin'” dei Deep Purple.

Hey Mister Dj, sei un drago!  “…Come on let’s go Space Truckin…’

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Let the Sunshine

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Gerusalemme.
Sono seduta ad un caffè vicino alla Cittadella di Davide. Il sole scalda e di fronte a me scorre, frenetica, la vita della città vecchia. Un bambino giapponese in lacrime avanza, smarrito, tra la folla. In un attimo alcuni uomini gli si fanno intorno, gli parlano. Come mamma, sto in allarme, pronta a intervenire. Uno di loro lo prende per mano mentre gli altri guardano in giro per cercare la famiglia. Di corsa lo raggiunge il fratello maggiore e lo apostrofa con un rimprovero. I genitori sono poco più avanti. Si congedano ringraziando con un inchino.
Ho ancora negli occhi l’immagine di questo uomo alto che stringe la mano del piccolo e del piccolo che smette di piangere e aspetta. Sono commossa da tanta semplicità e fiducia reciproca. Indifferenti e offuscati dai mezzi di “informazione”, viviamo in un terrore indotto, incapaci, troppo spesso, di andare all’essenza delle cose.
Dov’è finita la nostra umanità? Dove è finito l’uomo? Come Diogene, lo cerco. E sono felice quando lo trovo.

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Salt Song

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« Leurs yeux papillotent comme ceux d’un enfant devant un arbre de Noël. Elle se voit depuis quarante milles, cette masse noire, cernée d’un anneau de Saturne, de brumes troubles à travers quoi s’étouffent des vols blancs. Deux couches de nuages, la plus haute immobile, la seconde fuyante, bouclent l’horizon et rendent l’approche écrasante, presque sinistre. Les chalutiers sud-africains, qui ont continué durant l’exil à écumer les fonds jusqu’à Gough et que l’automne austral va forcer au repli, font bramer leurs sirènes en guise d’accueil. Ils sont restés quelques jours de plus pour aider au déchargement. Sur tant de gris, ce sont seulement, à l’Est, de gros traits plus foncés, que pointillent les taches jaunes des suroîts, les taches blanches des baleinières descendant le long des coques. A terre où, fait plutôt rare, l’Union Jack pendouille au bout de son mât, rien n’a encore bougé. Mais quelque part sur le plateau, dont la saison a fait un tapis fauve ocellé de vert foncé par les bouquets de flax, une maison lâche un filet de fumée. Le cratère adventice, qu’on se montre du doigt, étonne : au flanc du monstre, il semble si petit qu’on se demande comment il a pu dégorger assez de matière pour former cette sombre muraille que prolongent et compliquent des éboulements, des îlets, des amas indécis mordus par le ressac. » Hervé Bazin – Les bienheureux de La Désolation – Éditions du Seuil (Collection Points) *

Bon vent, les marins!

 

*credits:  http://www.vendeeglobe.org/fr/actualites/16347/les-bienheureux-de-la-desolation