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Every Time We Say Goodbye

Ci siamo. Quasi. L’equipaggio è in zona decompressione. Tra meno di 12 ore avrà inizio il lungo e , si spera, proficuo randagismo su strada e per mare. Un furgone da scassoni e uno sloop, opportunamente ripuliti e attrezzati, saranno  mi casa per le prossime tre settimane. Avete idea di che cosa sia cucinare, mangiare, dormire, e stipare tutto il necessario per tre persone, in una decina scarsa di mq? Ci vuole molta organizzazione e attitudine all’ordine! Tranquilli, non è il nostro caso. I primi due-tre giorni, di solito, sono quelli veramente critici: equipaggio ed equipaggiamento non hanno ancora trovato la propria collocazione ottimale, ci si guarda in cagnesco, l’aria si taglia a fette e, se ci fosse abbastanza spazio, volerebbero anche i coltelli. Passato il rodaggio, magicamente si aggiusta tutto. Qualsiasi collocazione ti faccia stare seduto o sdraiato e ti permetta di trovare quello che serve, dovessi pure ribaltare i gavoni da cima a fondo per trovare gli occhiali, diventa la “collocazione ottimale”. Il pavimento si trasforma in un insidioso percorso a ostacoli e ogni superficie libera in piano d’appoggio ideale per libri-fumetti-matite- penne o qualsiasi cosa dia impiccio. Quanto l’entropia prende il sopravvento e le azioni elementari si trasformano in imprese titaniche io, di solito, comincio a sviluppare delle manie ossessivo compulsive per l’igiene della toilette, a manifestare un atteggiamento di difesa, morbosamente eccessiva, del mio cuscino (e della mia faccia) dall’involontario calpestio notturno dei funamboli e a pretendere una sosta tecnica per ribaltare tutto e ridare forma a quel brodo primordiale. Ripristinato l’ordine e accesi degli incensi, il viaggio può riprendere sereno. Ma tutto questo, amici, deve ancora venire. Se l’internet mi assisterà, ovvero se riuscirò a scroccare una connessione di qualche tipo, avrete presto mie notizie. In caso contrario, spero di ritrovarvi, numerosi, al mio rientro.

À bientôt!

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intervallo

Distanze

“Dopo tutto, le distanze sono puramente mentali. Il mare divide quelli che sarebbero divisi anche sulla terraferma e unisce quelli che starebbero insieme comunque, vuoi per amore, vuoi per odio”

Ioanna Karistiani “Le catene del mare”

* La foto è stata scattata al Museo della Marineria di Cesenatico

blues

Stormy Monday Blues

Non sono ancora le 8 di mattina. Al distributore l’addetto sta facendo il pieno di metano all’auto accanto alla mia. Il cliente, in abito grigio e taglio di capelli alla Adso (ve lo ricordate l’assistente di Sean Connery nel Nome della Rosa? Lui, ma con la frangetta più corta), ascolta, ammutolito, il racconto raccapricciante di qualcosa che intuisco essere un incidente stradale. Origlio. Il benzinaio ci va giù pesante e descrive la scena di quei poveretti arsi vivi, dei soccorsi e dell’odore. Conclude, filosofico, “Meglio morire annegati”.

È il mio turno e sono scossa. Provo a buttarla sul meteo: “Freddino, no?”. Senza nessuna logica finisco ingavonata in un’articolatissima lezione sul metano: a quante atmosfere esce dal distributore, come si formano le bolle di metano e quali effetti devastanti possono avere in mare e in cielo. Ho ancora i riflessi lenti. Quando è successo che siamo passati dalla dissertazione generale al triangolo delle Bermuda e agli incidenti aerei? Moltissimi altri interrogativi mi assalgono. Intervengo. “Quant’è?”

cooking cup

Cooking Cup #1

Cooking Cup, dicevamo. Lasciate che cominci a raccontarvi come stanno veramente le cose.

La prima volta che ne ho sentito parlare, mi trovavo a cena con delle amiche. Lo chef, un tipo alla Anthony Bourdain, intratteneva le presenti raccontando, con fare vagamente testosteronico, saporiti aneddoti sulla sua carriera. Ricordo ancora il momento in cui è spuntato fuori l’argomento. Stavo affrontando la cotenna croccante della sella di maialino da latte con composta di kumquat quando, la persona che avevo di fronte, da “semplice” chef sì è trasformata nientemeno che nel vincitore di una regata stravagante in cui si premiava l’equipaggio con il miglior tempo e il miglior piatto. Ok, respirate. Quello chef non poteva saperlo, ma si stava guadagnando tutta la mia incondizionata ammirazione. Senza nulla togliere alla sella di maiale, si intende. Avete idea di che cosa sia stare sotto coperta mentre sul pozzetto si divertono a fare il circo? Lo stomaco vi esce dagli occhi senza passare dal via! Ecco perché ho sempre cercato di limitare al massimo la mia permanenza là sotto, a meno che non fosse per starmene mollemente sdraiata a faccia in giù. Vi sembrerà impossibile, ma la passione per la vela e il mal di mare non sono tra loro incompatibili. No, no. Per buttarla in soap, è come amare qualcuno che però, a volte , vi fa soffrire. Tornando a noi, quella sera ero rimasta così affascinata dall’impresa da mettermi in testa che anche io avrei cominciato a percorrere il glorioso cammino dello chef sottocoperta. Una vera terapia d’urto, se ci pensate. Non sapevo ancora che il cammino, più che glorioso, sarebbe stato doloroso…

(continua)

esordi

lapalacinca

Lapalacinca è un’infaticabile signora di mezza età che percorre, ad andatura sostenuta, ampi spazi e orizzonti perduti. Qualche volta le capita di ondeggiare pigramente nella bonaccia, più frequentemente di innamorarsi di ogni refolo capace di  gonfiarle il fiocco. In una delle sue vite precedenti uno sconosciuto spiritoso l’ha battezzata con il golosissimo nome che porta.

Chi scrive, invece, è stata imbarcata come terzo uomo ma, all’occorrenza, le riesce molto bene di comportarsi da prima donna. Preferisce il ruolo di prodiere a quello di timoniere e, quando decide, sa essere una irremovibile zavorra. A dispetto di un esordio niente affatto incoraggiante, sogna di partecipare, un giorno, a una Cooking Cup.