a bruciapelo

Lo sapevi?

– Sai che cosa è un ribosoma?

– Ehm..dovrei saperlo..l’ho studiato al liceo…è stato un sacco di tempo fa…

– Un ribosoma è un organismo senziente agli ordini del DNA che produce la proteina perfetta per fare: un enzima, un mitocondrio – che è una centrale di energia – e altri ribosomi.  Vuoi che ti dica qualcosa anche sui lisosomi?

– Non senti caldo anche tu?

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amarcord

racconti di famiglia

Nei pomeriggi oziosi delle estati all’isola paterna, capitava che  a mio padre, seduto in giardino a bere il caffè, venisse in mente di chiedere conto ai nonni di qualche parente la cui fama si perdeva nella notte dei tempi. Per noi, bambini, questi racconti avevano il fascino delle leggende, il sapore del deposito di zucchero e caffè nel fondo delle tazzine che ci permettevano di scavare con i cucchiaini e l’odore di antico delle foto che nonna tirava fuori, solennemente, da chissà quale nascondiglio segreto.

“E zia Antonia?”  Zitti zitti ci preparavamo ad ascoltare.

Zia Antonia, sorella minore della mia bisnonna da parte di nonno, ultima quattro figli, era maritata con zio Bartolo, capitano di vascello. In famiglia tutti la consideravano un po’ stonata per quel suo modo stravagante di gesticolare mentre passava, senza nessi, da un argomento all’altro. Zio Bartolo, uomo taciturno, garbato e affettuoso, quando era a terra se ne stava spesso chiuso in se stesso. Di lui si sapeva che era proprietario del vascello con cui trasportava mercanzie in tutto il Mediterraneo. Parlavano di Malta, Tunisia, Spagna, di vasellame, tessuti, vino e olio… Nessuno conosceva i dettagli della sua vita in mare, tranne che vi aveva trascorso gran parte della sua esistenza. Chi lo sa se era presente alla nascita dei suoi figli. “Aspetta, quanti erano?” Erano quattro, contava nonno con le dita: tre maschi e una femmina, maritata anch’essa ad un marinaio. Quando i grandi, sussurrando, parlavano una lingua in codice, era chiaro che ci stavano nascondendo qualcosa di saporito. Pare che zio Bartolo, una vota sbarcato definitivamente, passasse le sue lunghe giornate seduto di fronte alla finestra in silenzio, con la pipa in bocca e lo sguardo verso il mare. Una mattina i figli lo trovarono rivolto verso il mare con la pipa per terra. Fu l’ultima volta.

Oggi mi viene da pensare che zia Antonia avesse trovato nelle sue stranezze il modo di sconfiggere la solitudine delle spose del mare e che nei silenzi di zio Bartolo non ci fossero pensieri troppo profondi ma la speranza di far tacere, anche per poco, il fragore delle onde che ancora si infrangevano nella sua mente.

imprese

questa non è una tazza

Davvero credete che questa sia una tazza? Non riuscite a vederci null’altro?  Provateci, mentre là fuori le raffiche di vento sfiorano i 35 nodi e una luce livida ridisegna i contorni del paesaggio.

L’andirivieni delle ultime settimane ha composto, in casa, un curioso mosaico di stratificazioni colorate. Alcuni lo chiamano disordine. Sul tavolo del soggiorno il rotolo della mappa dei fari del Finistère poggia sull’imballo del dipinto della pittrice israeliana. Un vasetto del Krem’el au beurre salé, il te rosso alle alghe e un pacchetto di farina di blé noir se ne stanno vicini vicini, accerchiati da un pacco quasi vuoto di biscotti e dalla posta. Sul pavimento sacche semi stagne, zaini, cassette per gli attrezzi, una piccola bombola del gas, cime, corde, tiranti e cavi elettrici costringono a un tortuoso slalom. Non c’è stato tempo, tra un arrivo, una partenza, un altro arrivo, un’altra partenza, di mettere in ordine le cose e nemmeno le emozioni del viaggio. Ogni tanto da un cumulo affiora qualcosa con un aneddoto al seguito. Ma l’oggetto della foto, uscito dallo zaino solo un paio di ore fa, non si è ancora stratificato.

State ancora provando? Mi preparo un te e vi spiego.

In mare mi capita spesso di osservare la costa e, contemporaneamente, di immaginare il punto di vista di chi sta a terra. In montagna, invece, di guardare le cime, quelle con la roccia nuda, e pensare a come possa essere la vetta vista dal suo spuntone più alto. Mentre in mare quei punti di vista simultanei mi conducono verso piacevoli divagazioni, in montagna mi producono un brivido e uno scomodo senso di vuoto. Sono pavida…e soffro di vertigini. Ho osservato per anni la Cima del Cacciatore dal Monte Lussari, immaginandomela attraverso i racconti di Manolo che lì c’è stato con la neve, il ghiaccio, il vento e gli sci ai piedi. E non ho mai, ripeto “MAI”, sentito il desiderio di verificare di persona. Arrivo al punto. Ieri, verso le due del pomeriggio, mi trovo a 2200 metri, avvinghiata a una roccia, terrorizzata, con uno sguardo verso gli ultimi 40 metri che mi separano dalla vetta, QUELLA, e uno verso il vuoto che ho intorno. Fisso dritto negli occhi le cime delle altre montagne e chiedo educatamente “Che ci faccio, io, qui?”. Gente di tutte le età sale e scende con naturalezza. Non è bello essere colti dallo sconforto sapendo che, in ogni caso, da lì si deve anche scendere. Cerco di convincermi che non può essere così impegnativo, in fondo ci sono arrivata, e neanche pericoloso, se anche quel gruppo di parrocchiani sloveni si è avventurato senza nessuna precauzione. Ho nello zaino una mela che Manolito vuole mangiare in cima. Devo arrivarci. Respiro. Respiro di nuovo. Manolo mi incoraggia a salire. Mi rifiuto. Lui non si arrende e scende da me. Io respiro. Lui mi dice “Respira, lo sai fare”. Io…respiro. Mi prende la mano e mi parla. Riprendo a salire guardando solo dove metto i piedi e le mani e respiro. Arrivo in cima. Ci arrivo davvero! Manolito mangia la sua mela e io guardo la cima dalla cima. Incredibile! Suono la campana, firmo il libro, respiro e comincio la discesa verso il Monte Lussari dove ho in programma di passare la notte.

Onestamente, pensate ancora che questa sia una tazza?

in viaggio

Ar-men

“Il y a des nuits de tempête confortables”   

(J.P. Abraham Armen)

Da uno sperone di roccia in mezzo al mare, dietro all’Ile de Sein, Armen  lancia la sua luce bianca a 23 miglia di distanza, 3 volte ogni 20 secondi. Credo di averlo visto lampeggiare le notti a Pointe du Van. Non è un faro come gli altri e chi ci ha fatto da guardiano, prima che venisse automatizzato nel 1990, lo sa bene. Jean-Pierre Abraham è uno di questi. Leggo la sua storia di fronte alla più bella finestra con vista di tutto il viaggio: la Baie de Brignogan con il faro di Pontusval. Un susseguirsi di rocce granitiche lisciate dal vento su un mare trasparentissimo di acqua gelata. A vederla con questo mare così calmo non ti spiegheresti mai che il nome che porta, baie des naufragès, invece le calza a pennello. E la presenza del faro testimonia dei ripetuti naufragi su questo insidioso litorale. Una popolare leggenda del luogo attribuisce agli abitanti del vicinissimo villaggio di Menneham l’abitudine di porre delle lampade sulle corna delle mucche all’unico scopo di confondere i naviganti, farli naufragare e depredarli del carico. Dei veri burloni! Non riesco a riderci su. Guardo di nuovo la costa e, questa volta, mi sembra di stare nella mia isola granitosa. La malinconia mi prende ma, niente paura, è una di quelle nuits de tempête confortables. Manolo e Manolito (il giovane Holden si è guadagnato questo nuovo nome rischiando la sua giovane pelle mentre saltava malamente da un masso di granito all’altro a un paio di metri di altezza) hanno fatto le cose in grande organizzando una festina per il mio compleanno, qualche giorno fa. C’era anche Galette, un esemplare di macareux in legno, che abbiamo simbolicamente adottato e che è diventato un insostituibile compagno di viaggio. Abbiamo mangiato e bevuto e, per la prima volta da quando siamo partiti, ci siamo comodamente spiaggiati nel più profondo oblio, con tutte le apparecchiature elettriche fuori uso. A la prochaine.

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Finisterre

Point du Van – Baie des Trépassés

“Asocial, insociable, irrécuperable, le nomade ignore l’horloge et fonctionne au soleil ou aux étoiles…”
(M. Onfray Théorie du voyage)

Il vento è scaduto. Il sole va e viene e lo stesso fanno piovaschi e maree. Qui un giorno sembra durare un mese e noi, nomadi con il sole alto nel cielo alle nove di sera, non ci poniamo troppe questioni. A Manolo bastano un paio di infradito, un orizzonte da raggiungere e qualche bicchiere di sidro a fine
giornata; al giovane Holden una gallette bretonne con uovo e formaggio di capra a colazione e un buon progetto di cui parlare per tutto il giorno; a me l’odore del mare e una finestra con vista. Da otto giorni vaghiamo nel Finisterre, percorrendo a piedi i sentieri costieri o in bici quelli più
interni, perdendoci nella macchia, impantanandoci nei luoghi più remoti e facendo abbondante scorta di conchiglie e legnetti per importanti progetti artistici. Mentre vi scrivo Manolo si sta cimentando in una delle sue riparazioni acrobatiche (recentemente abbiamo imbarcato acqua dal tetto) e il giovane
Holden, in versione interior design, sta completando il progetto di una nostra casa con lago. Entrambe mi interrompono continuamente – vuoi per assistenza, vuoi per un parere- ma apprezzano i soprannomi che ho affibbiato loro. L’entropia nell’abitacolo non ha ancora raggiunto il picco massimo, ma
è solo questione di tempo. Le apparecchiature elettriche presto si scaricheranno e il frigo continuerà a non funzionare come ha sempre fatto. La lunga rotta continua…