imprese

questa non è una tazza

Davvero credete che questa sia una tazza? Non riuscite a vederci null’altro?  Provateci, mentre là fuori le raffiche di vento sfiorano i 35 nodi e una luce livida ridisegna i contorni del paesaggio.

L’andirivieni delle ultime settimane ha composto, in casa, un curioso mosaico di stratificazioni colorate. Alcuni lo chiamano disordine. Sul tavolo del soggiorno il rotolo della mappa dei fari del Finistère poggia sull’imballo del dipinto della pittrice israeliana. Un vasetto del Krem’el au beurre salé, il te rosso alle alghe e un pacchetto di farina di blé noir se ne stanno vicini vicini, accerchiati da un pacco quasi vuoto di biscotti e dalla posta. Sul pavimento sacche semi stagne, zaini, cassette per gli attrezzi, una piccola bombola del gas, cime, corde, tiranti e cavi elettrici costringono a un tortuoso slalom. Non c’è stato tempo, tra un arrivo, una partenza, un altro arrivo, un’altra partenza, di mettere in ordine le cose e nemmeno le emozioni del viaggio. Ogni tanto da un cumulo affiora qualcosa con un aneddoto al seguito. Ma l’oggetto della foto, uscito dallo zaino solo un paio di ore fa, non si è ancora stratificato.

State ancora provando? Mi preparo un te e vi spiego.

In mare mi capita spesso di osservare la costa e, contemporaneamente, di immaginare il punto di vista di chi sta a terra. In montagna, invece, di guardare le cime, quelle con la roccia nuda, e pensare a come possa essere la vetta vista dal suo spuntone più alto. Mentre in mare quei punti di vista simultanei mi conducono verso piacevoli divagazioni, in montagna mi producono un brivido e uno scomodo senso di vuoto. Sono pavida…e soffro di vertigini. Ho osservato per anni la Cima del Cacciatore dal Monte Lussari, immaginandomela attraverso i racconti di Manolo che lì c’è stato con la neve, il ghiaccio, il vento e gli sci ai piedi. E non ho mai, ripeto “MAI”, sentito il desiderio di verificare di persona. Arrivo al punto. Ieri, verso le due del pomeriggio, mi trovo a 2200 metri, avvinghiata a una roccia, terrorizzata, con uno sguardo verso gli ultimi 40 metri che mi separano dalla vetta, QUELLA, e uno verso il vuoto che ho intorno. Fisso dritto negli occhi le cime delle altre montagne e chiedo educatamente “Che ci faccio, io, qui?”. Gente di tutte le età sale e scende con naturalezza. Non è bello essere colti dallo sconforto sapendo che, in ogni caso, da lì si deve anche scendere. Cerco di convincermi che non può essere così impegnativo, in fondo ci sono arrivata, e neanche pericoloso, se anche quel gruppo di parrocchiani sloveni si è avventurato senza nessuna precauzione. Ho nello zaino una mela che Manolito vuole mangiare in cima. Devo arrivarci. Respiro. Respiro di nuovo. Manolo mi incoraggia a salire. Mi rifiuto. Lui non si arrende e scende da me. Io respiro. Lui mi dice “Respira, lo sai fare”. Io…respiro. Mi prende la mano e mi parla. Riprendo a salire guardando solo dove metto i piedi e le mani e respiro. Arrivo in cima. Ci arrivo davvero! Manolito mangia la sua mela e io guardo la cima dalla cima. Incredibile! Suono la campana, firmo il libro, respiro e comincio la discesa verso il Monte Lussari dove ho in programma di passare la notte.

Onestamente, pensate ancora che questa sia una tazza?

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