in viaggio

Noa Noa


gauguin_noa_noa

 

“Si esce per un varco dagli scogli e si prende il largo. Una tartaruga ci guarda passare.

Arriviamo in un punto dove il mare è molto profondo, chiamato la buca dei tonni perché di notte dormono laggiù, al riparo dagli squali.

Un nugolo di uccelli marini sorveglia i tonni: ogni volta che i pesci salgono in superficie, quelli si tuffano nell’acqua e si alzano con un brandello di carne nel becco…

Ovunque la strage.”

Paul Gauguin “Noa Noa”

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Muro del suono

veliero

Ogni notte, meglio del canale 16, mia nonna, dalla sua camera da letto, trasmetteva a tutto volume il bollettino dei naviganti. Io, d’estate, dormivo nella stanza accanto alla sua. Resistevo fino al Medio Tirreno prima di alzarmi, andare da lei e stare lì a guardarla dormire della grossa, radio al massimo e abat-jour accesa. Non potevo spegnere la luce e, men che meno abbassare il volume; si sarebbe svegliata. Tornavo a letto, dall’altra parte della parete, e, unica testimone del suo quotidiano tributo ai marinai, fissavo il vuoto fino al Mare di Alborán.

Certe notti penso a voi, naviganti.

blues

Elogio dell’imperfezione

Ira Sullivan voleva solo suonare e ammetteva candidamente di non sapere leggere la musica troppo bene. Julia Child sosteneva che in cucina non si dovesse mai chiedere scusa. Quentin Blake incoraggiava i “geniali incompetenti incompresi” a disegnare con successo.

Mi metto comoda e, come nella Metamorfosi di Caputo, mi faccio due risate sui miei limiti. E’ un buon inizio.

 

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Equilibri

briccola

 

Nella sala di yoga prima della lezione c’è silenzio e concentrazione. C’è chi comincia a scaldarsi i muscoli chi, invece, semplicemente si rilassa. La luce è rotonda e calda, la musica a basso volume e l’incenso consumato. Apparentemente tutto è calmo. Apparentemente, appunto. Solo la quiete prima della tempesta.
Le caramelle nel cestino vicino all’ingresso della sala sono finite e Ale, che ne ha assoluto bisogno, va avanti e indietro agitata. Ste finisce di aggiustarsi il nervo sciatico e suggerisce, tanto sottovoce quanto malignamente, di rubare la “devota offerta” che qualcuno ha fatto a “Budda”, un paio di metri più in là. Intervengo, zelante, per puntualizzare che non si tratta di Budda ma di Ganesh. Voglio dire, Ganesh è Ganesh e Budda è Budda. Almeno le basi, signore. Ne approfitto, poi, per instillare il germe del senso di colpa ridendo fino alle lacrime mentre mi sgranchisco l’anca e aspetto di vedere che succede.
Per un fugace istante il germe attecchisce ma poi miseramente perisce in un crescendo di ilarità e trambusto. Il danno è fatto, il furto compiuto. E ora?
Dove si butta la cartina? Urge occultare le prove! Sotto il tappetino? NOOOOOOOOO!!!! E se se ne accorgono? Seguono istanti concitati in cui Ale annaspa avanzando teorie fanta-metafisiche  per giustificare il gesto (tipo “Budda mi ha attirato verso la caramella”… ancora Budda? Non avevo detto Ganesh? GANESH) e la cartina finisce, sfacciatamente solitaria, nel cestino dove ci sarebbero dovute essere le caramelle.
Sia quel che sia, oramai la lezione sta per cominciare.
La colpevole spera che questo pasticciaccio non aggiunga sfiga a quella che ha già avuto questa settimana e azzarda “domani andiamo tutte e tre a farci lo spritz…E magari portiamo anche Budda”.

“Signori buongiorno, siete alla base del vostro tappetino. Alluci e talloni che si toccano…”
Ho ancora le lacrime e stento a mantenere l’ equilibrio.

in viaggio

Dolenti in movimento

in movimento

 

“Càpita di doversi dire addio. Càpita che per settimane, mesi, ci si prepari, lo si sappia già, ci si senta pronti. Càpita però che il giorno in cui effettivamente ci si saluta, ci si scopra sguarniti, improvvisamente consapevoli che non c’è ritorno, e che quella cosa che chiamavate disagio ora diventa dolore. Quel giorno, inevitabilmente, bisogna cucinare, festeggiare. Si può festeggiare il dolore? Si deve. Quella fitta al cuore, quel peso dentro, sono la testimonianza che quel che doveva accadere è accaduto, che si è mosso il piede per fare un passo, il primo, su una nuova via. La lacerazione dell’abbandono c’è, e quella nessuno la può evitare. Ma dopo tanto tempo a dolersi immobili, bisogna riconoscere che oggi, stasera, siamo dolenti in movimento.”

(fonte : http://www.simoneperotti.com/wp/cibo/)