amarcord

Palmizio

palmizio

 

L’orchestra si dondolava come un palmizio.

Anche al palmizio piaceva parecchio dondolarsi, almeno prima che il punteruolo rosso arrivasse a divorarlo.

Fino a qualche anno fa la casa era circondata dalle palme. All’ingresso, verso la strada, ce n’era una che nel tempo era diventata straordinariamente bella. Aveva tronco robusto e folta chioma. Sporgeva, sfacciata, oltre la linea degli edifici e mi ricordava, nella sua mastodontica fattezza, la leggiadria delle donne tahitiane dei quadri di Gauguin. Buffo vederla, esile pianta, nella foto in seppia dei bisnonni.

Nel cortile, tra l’araucaria e l’arancio, ce n’erano altre due. Per anni ho architettato, senza seguito, i sistemi più improbabili per appenderci un’amaca. Non ho mai accettato che non fossero abbastanza distanziate per poterlo fare. Mi ci vedevo, dopo pranzo, un libro, la brezza, le voci in lontananza… Addio sogni di gloria.

Quella in fondo al giardino, vicino al dammuso, era nata dentro una tinozza, per caso. E lì era cresciuta sformando la plastica, rompendo la sua prigione e piantando, caparbie, le radici in quel rettangolo di terra tra le alocasie e l’asparago selvatico. Era stata nostra complice tutte le volte che, di ritorno dal mare, fingevamo di andare a fare la doccia e con il tubo per innaffiare ci spruzzavamo senza pietà. Peccato che sul più bello arrivasse sempre qualcuno a intimare “Non sprecate l’acqua!”. Ora sono io a urlarlo ai quattro venti.

La mia preferita stava nel cortile di Tzia Nina, oltre il muro. Era lei che la mattina, scompigliata dal Libeccio o dallo Scirocco, scherzava con i raggi del sole che puntavano dritto sul mio cuscino e mi svegliava. La osservavo, sonnolenta. Indugiavo, persa a scrutare la densità dell’aria nei riflessi della luce, a seguire i riccioli della grata oltre la finestra, a divagare tra il candore delle lenzuola, aspettando il profumo del caffè e le chiacchiere in cucina.

Com’era bello il mio palmizio.

 

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