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Io friggo

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Io friggo: quando mi metto in testa di  ampliare i miei orizzonti nautici e qualcosa si frappone. Friggo quando l’amica di una vita trova un life coach e io non capisco. Friggo quando  Santiago fa l’ormonauta e tutto gli sembra difficile. Friggo quando manca l’anima alle cose. Friggo quando mi manca mia madre da morire.  Friggo quando fuori piove e il mare è lontano. Io friggo. Friggo  anche quando il mare ha il colore del vino e il profumo della macchia. Friggo quando posso finalmente sognare con i disegni di nonno tra le mani. Friggo quando c’è festa e quando non c’è e la si deve inventare. Io friggo. E ogni volta che lo faccio, sfido apertamente chi dice che al forno è meglio. Io friggo perché friggere fa allegria.

 

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Spiegare non so

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C’è una canzone che mi piace davvero, che non smetto di ascoltare, che canto a squarciagola o sussurro tra me e me, che mi scuote come un turbine, mi fa planare in picchiata e riprendere quota senza sosta. La sento nello stomaco, mi smuove emozioni sopite, mi spinge alle lacrime, mi strugge di nostalgia.

Mi barcameno, schizofrenica, tra il pianto e la gioia incontrollabile, invischiata in una nostalgica sensazione di attesa. Cosa manca? Perché aspettare? E, soprattutto, nostalgia di cosa? Si può provare nostalgia per qualcosa che non è mai successo e di cui non conosci nemmeno la natura?

 

 

 

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Elogio dell’imperfezione

Ira Sullivan voleva solo suonare e ammetteva candidamente di non sapere leggere la musica troppo bene. Julia Child sosteneva che in cucina non si dovesse mai chiedere scusa. Quentin Blake incoraggiava i “geniali incompetenti incompresi” a disegnare con successo.

Mi metto comoda e, come nella Metamorfosi di Caputo, mi faccio due risate sui miei limiti. E’ un buon inizio.

 

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Mal di terra

A volte succede. L’odore del mare mi assale, mi entra nello stomaco e se ne va: un’allucinazione olfattiva che si presenta nei momenti più impensati e si insinua nei luoghi più disparati. Le sono affezionata, come lo sono a tutte le altre che, quando arrivano, anticipano le stagioni, abitano luoghi lontani e riaccendono amori dimenticati. Nei brevissimi istanti che durano cerco di trattenere le infinitesime sfumature che le compongono e, mentre svaniscono, mi arrendo a un denso languore che conosco benissimo.
Il mare lo fa, mi fa languida e torpida quanto basta per essere imperturbabile. Lo fa nella promessa di una partenza e nell’attesa di un arrivo attraverso una strada di aria e acqua. Anche quando è solo un’allucinazione.

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Stormy Monday Blues

Non sono ancora le 8 di mattina. Al distributore l’addetto sta facendo il pieno di metano all’auto accanto alla mia. Il cliente, in abito grigio e taglio di capelli alla Adso (ve lo ricordate l’assistente di Sean Connery nel Nome della Rosa? Lui, ma con la frangetta più corta), ascolta, ammutolito, il racconto raccapricciante di qualcosa che intuisco essere un incidente stradale. Origlio. Il benzinaio ci va giù pesante e descrive la scena di quei poveretti arsi vivi, dei soccorsi e dell’odore. Conclude, filosofico, “Meglio morire annegati”.

È il mio turno e sono scossa. Provo a buttarla sul meteo: “Freddino, no?”. Senza nessuna logica finisco ingavonata in un’articolatissima lezione sul metano: a quante atmosfere esce dal distributore, come si formano le bolle di metano e quali effetti devastanti possono avere in mare e in cielo. Ho ancora i riflessi lenti. Quando è successo che siamo passati dalla dissertazione generale al triangolo delle Bermuda e agli incidenti aerei? Moltissimi altri interrogativi mi assalgono. Intervengo. “Quant’è?”