imprese · vendée globe

Salt Song

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« Leurs yeux papillotent comme ceux d’un enfant devant un arbre de Noël. Elle se voit depuis quarante milles, cette masse noire, cernée d’un anneau de Saturne, de brumes troubles à travers quoi s’étouffent des vols blancs. Deux couches de nuages, la plus haute immobile, la seconde fuyante, bouclent l’horizon et rendent l’approche écrasante, presque sinistre. Les chalutiers sud-africains, qui ont continué durant l’exil à écumer les fonds jusqu’à Gough et que l’automne austral va forcer au repli, font bramer leurs sirènes en guise d’accueil. Ils sont restés quelques jours de plus pour aider au déchargement. Sur tant de gris, ce sont seulement, à l’Est, de gros traits plus foncés, que pointillent les taches jaunes des suroîts, les taches blanches des baleinières descendant le long des coques. A terre où, fait plutôt rare, l’Union Jack pendouille au bout de son mât, rien n’a encore bougé. Mais quelque part sur le plateau, dont la saison a fait un tapis fauve ocellé de vert foncé par les bouquets de flax, une maison lâche un filet de fumée. Le cratère adventice, qu’on se montre du doigt, étonne : au flanc du monstre, il semble si petit qu’on se demande comment il a pu dégorger assez de matière pour former cette sombre muraille que prolongent et compliquent des éboulements, des îlets, des amas indécis mordus par le ressac. » Hervé Bazin – Les bienheureux de La Désolation – Éditions du Seuil (Collection Points) *

Bon vent, les marins!

 

*credits:  http://www.vendeeglobe.org/fr/actualites/16347/les-bienheureux-de-la-desolation

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Bon courage, Kito!

Je n’ai pas de colère contre les pêcheurs mais contre moi, parce que ce truc là n’aurait pas dû arriver. On ne pouvait pas le prévoir, mais je m’en veux de m’être couché au mauvais moment. Ce risque de collision existe toujours en solo, avec les cargos, les pêcheurs. Ça peut arriver au Portugal, au Sénégal, au large du Cap Vert ou du Brésil. Partout

 

 

foto: http://www.vendeeglobe.org/fr/

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Gassa d’amante

“Il serpente entra nella tana dal basso verso l’alto, gira intorno all’albero e rientra nella tana”

SBAAAM, BUUM, SBADABANG! AH AH AH AH AH AH!

Il comandante  aveva magistralmente ormeggiato quella specie di condominio galleggiante tra gli urti dello scafo, le risate degli occupanti e la musica di Ramazzotti sparata a palla. A bordo c’era un’ atmosfera euforica: le ragazze ballavano, gli uomini sembravano divertirsi parecchio. Il pontile aveva retto bene agli scossoni, ma un fortunale, più violento, stava per travolgere il comandante e, di rimbalzo, l’equipaggio. Era bastato un trillo di telefono perché la musica cessasse all’istante e le signorine venissero accompagnate fuoribordo giusto in tempo, prima che dall’oscurità emergesse una figura di donna. La femmina percorreva determinata il pontile inveendo, minacciosa, dall’alto dei suoi pericolosissimi tacchi a spillo. Sapeva benissimo dove voleva andare a parare. Il maschio, invece,  poteva solo provare a parare. Ma evidentemente era destinato a non avere scampo. Un sonoro ceffone lo aveva colpito in pieno volto lasciandogli una penosa smorfia di umiliazione. L’epiteto con cui era stato apostrofato aveva dato il colpo di grazia all’orgoglio di macho abbronzato.

Appostato nel profondo delle tenebre il coro, aveva soffocato un grido di giubilo e trattenuto un fragoroso applauso. La serata decollava.

La femmina aveva girato i tacchi, ripercorso al contrario il pontile, continuato a sbraitare ed era partita con una sonora sgommata.

Il coro aveva ripreso a mangiare, convinto che la puntata fosse conclusa. In realtà, poco dopo, un altro trillo…

Lui: – Ma io ti amo!

Coro: – Falso!

Lui: – Ero da solo, non c’era nessuno a bordo…

Coro: – Bugiardo!

Lui: – Amore, mi devi credere. Stavo ormeggiando.

Coro: – “Amore”, MOLLALO!

E via di questo passo, tra menzogne spudorate a difendersi dell’indifendibile. Gli uomini dell’equipaggio, intanto,  mescevano calici di Franciacorta e ne lanciavano le bottiglie vuote in acqua.

La mattina successiva, lungo il canale, galleggiava tristemente, a testa in giù, lo spettacolo deprimente della decenza violentata.

Morale: Intugliare una gassa d’amante per percorrere i territori delle liaisons dangereuses richiede che si faccia molta, molta attenzione a che il nodo non venga mai al pettine.

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questa non è una tazza

Davvero credete che questa sia una tazza? Non riuscite a vederci null’altro?  Provateci, mentre là fuori le raffiche di vento sfiorano i 35 nodi e una luce livida ridisegna i contorni del paesaggio.

L’andirivieni delle ultime settimane ha composto, in casa, un curioso mosaico di stratificazioni colorate. Alcuni lo chiamano disordine. Sul tavolo del soggiorno il rotolo della mappa dei fari del Finistère poggia sull’imballo del dipinto della pittrice israeliana. Un vasetto del Krem’el au beurre salé, il te rosso alle alghe e un pacchetto di farina di blé noir se ne stanno vicini vicini, accerchiati da un pacco quasi vuoto di biscotti e dalla posta. Sul pavimento sacche semi stagne, zaini, cassette per gli attrezzi, una piccola bombola del gas, cime, corde, tiranti e cavi elettrici costringono a un tortuoso slalom. Non c’è stato tempo, tra un arrivo, una partenza, un altro arrivo, un’altra partenza, di mettere in ordine le cose e nemmeno le emozioni del viaggio. Ogni tanto da un cumulo affiora qualcosa con un aneddoto al seguito. Ma l’oggetto della foto, uscito dallo zaino solo un paio di ore fa, non si è ancora stratificato.

State ancora provando? Mi preparo un te e vi spiego.

In mare mi capita spesso di osservare la costa e, contemporaneamente, di immaginare il punto di vista di chi sta a terra. In montagna, invece, di guardare le cime, quelle con la roccia nuda, e pensare a come possa essere la vetta vista dal suo spuntone più alto. Mentre in mare quei punti di vista simultanei mi conducono verso piacevoli divagazioni, in montagna mi producono un brivido e uno scomodo senso di vuoto. Sono pavida…e soffro di vertigini. Ho osservato per anni la Cima del Cacciatore dal Monte Lussari, immaginandomela attraverso i racconti di Manolo che lì c’è stato con la neve, il ghiaccio, il vento e gli sci ai piedi. E non ho mai, ripeto “MAI”, sentito il desiderio di verificare di persona. Arrivo al punto. Ieri, verso le due del pomeriggio, mi trovo a 2200 metri, avvinghiata a una roccia, terrorizzata, con uno sguardo verso gli ultimi 40 metri che mi separano dalla vetta, QUELLA, e uno verso il vuoto che ho intorno. Fisso dritto negli occhi le cime delle altre montagne e chiedo educatamente “Che ci faccio, io, qui?”. Gente di tutte le età sale e scende con naturalezza. Non è bello essere colti dallo sconforto sapendo che, in ogni caso, da lì si deve anche scendere. Cerco di convincermi che non può essere così impegnativo, in fondo ci sono arrivata, e neanche pericoloso, se anche quel gruppo di parrocchiani sloveni si è avventurato senza nessuna precauzione. Ho nello zaino una mela che Manolito vuole mangiare in cima. Devo arrivarci. Respiro. Respiro di nuovo. Manolo mi incoraggia a salire. Mi rifiuto. Lui non si arrende e scende da me. Io respiro. Lui mi dice “Respira, lo sai fare”. Io…respiro. Mi prende la mano e mi parla. Riprendo a salire guardando solo dove metto i piedi e le mani e respiro. Arrivo in cima. Ci arrivo davvero! Manolito mangia la sua mela e io guardo la cima dalla cima. Incredibile! Suono la campana, firmo il libro, respiro e comincio la discesa verso il Monte Lussari dove ho in programma di passare la notte.

Onestamente, pensate ancora che questa sia una tazza?