in viaggio

Talassoterapia

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Lasciamo sempre qualcosa di noi quando ce ne andiamo da un posto. Rimaniamo lì anche una volta andati via. E ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solo tornando in quei luoghi…(*)

Per tantissimi anni ho lasciato a casa dei nonni, nello stipetto del comodino, un paio di infradito bianche e rosse. Ogni estate, appena arrivata, le calzavo e puntualmente mi sorprendevo di quanto fossero scomode. Così le rimettevo al loro posto e non le toccavo più fino all’estate successiva. Era il rituale, nato per gioco,  con cui riprendevo da dove avevo lasciato l’anno prima, azzerando tutto quello che c’era stato in mezzo. Tutti conoscevano questa mia abitudine per cui nessuno mai si è azzardato a buttarle o a pensare di farlo. L’ho fatto io quando ormai i nonni non c’erano più  ma ancora oggi, quando ritorno, è la prima cosa a cui penso. Un sorriso complice che non posso trattenere e mi  ritrovo con la stessa aria incosciente e divertita di allora. Spalanco porte e finestre, apro gli armadi, metto in funzione il frigo, preparo i letti e con il sole e il sale e le vigne tutte intorno esplode, più forte che mai, la mia natura mediterranea.

*da “Treno di notte per Lisbona”

 

 

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Sogno o son desto?

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Parto a vele spiegate per una destinazione sconosciuta. Non mi proteggo dal freddo che colpisce il viso. Lo accolgo con sollievo. Non mi curo della fame e della sete. Non sono mai stata così piena di energie. Ho tutto da scoprire, da esplorare, da inventare. Mi scrollo di dosso la pesante coltre grigia che offuscava lo sguardo sul mondo, che gravava sulle spalle e rallentava i passi, che intimoriva i pensieri sul nascere. Indosso una pelle nuova che sto di giorno in giorno sperimentando e adattando al mio corpo. Mi sorprendo. Getto via ciò che è rotto e inutilizzabile. Mi sbarazzo dei carichi ingombranti. E mi gongolo osservando, dinnanzi, l’orizzonte ampio, sgombro, pieno di possibilità.

in viaggio · persone

Let the Sunshine

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Gerusalemme.
Sono seduta ad un caffè vicino alla Cittadella di Davide. Il sole scalda e di fronte a me scorre, frenetica, la vita della città vecchia. Un bambino giapponese in lacrime avanza, smarrito, tra la folla. In un attimo alcuni uomini gli si fanno intorno, gli parlano. Come mamma, sto in allarme, pronta a intervenire. Uno di loro lo prende per mano mentre gli altri guardano in giro per cercare la famiglia. Di corsa lo raggiunge il fratello maggiore e lo apostrofa con un rimprovero. I genitori sono poco più avanti. Si congedano ringraziando con un inchino.
Ho ancora negli occhi l’immagine di questo uomo alto che stringe la mano del piccolo e del piccolo che smette di piangere e aspetta. Sono commossa da tanta semplicità e fiducia reciproca. Indifferenti e offuscati dai mezzi di “informazione”, viviamo in un terrore indotto, incapaci, troppo spesso, di andare all’essenza delle cose.
Dov’è finita la nostra umanità? Dove è finito l’uomo? Come Diogene, lo cerco. E sono felice quando lo trovo.

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It’s Raining Again

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Piove e sto guidando. Il tergicristallo della mia auto fa GRRR-TAH, GRRR-TAH; sì, insomma, gratta. Però lo fa a tempo e in levare. Ascolto per un po’, tanto per entrare nel groove: one TWO three FOUR. Muovo la testa. Doo dah. Schiocco le dita.  D’boo d’dah. Trovo la musica e comincio a cantare.

Una canzone improbabile, con una storia che profuma di carne arrosto.

All’epoca avevo da poco cambiato città e trovato lavoro come tuttofare a una mostra che ripercorreva l’itinerario dell’antica via della seta. Accoglievo i visitatori, facevo la guida, mi occupavo del book shop, mi spostavo da una sede espositiva all’altra, incontravo persone di tutti i tipi e scambiavo due parole con chiunque. Mi piaceva moltissimo. Una delle sedi satellite stava giusto dirimpetto ad un rinomato ristorante che, a buon diritto, spandeva ai quattro venti i deliziosi effluvi odorosi della sua carne ai ferri. Capitava, talvolta, che anche io, come novello Ulisse, ne venissi ammaliata e mi ci trovassi inguaiata nel peggiore dei modi: in servizio e, data l’ora che volge il disio, con lo stomaco incollato alla schiena dalla fame. E in quei momenti difficili giungeva in mio soccorso, puntuale e catartico, un baldanzoso signore che fischiettava…

Tanti auguri   (rrTah)  a chi tanti amanti ha. Tanti auguri   (rrTah)  in campagna ed in città. Com’è bello far l’amore da Trieste in giù…

Sono arrivata. Ha smesso di piovere. Grazie, siete un pubblico meraviglioso!

 

 

 

 

 

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Noa Noa


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“Si esce per un varco dagli scogli e si prende il largo. Una tartaruga ci guarda passare.

Arriviamo in un punto dove il mare è molto profondo, chiamato la buca dei tonni perché di notte dormono laggiù, al riparo dagli squali.

Un nugolo di uccelli marini sorveglia i tonni: ogni volta che i pesci salgono in superficie, quelli si tuffano nell’acqua e si alzano con un brandello di carne nel becco…

Ovunque la strage.”

Paul Gauguin “Noa Noa”

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Dolenti in movimento

in movimento

 

“Càpita di doversi dire addio. Càpita che per settimane, mesi, ci si prepari, lo si sappia già, ci si senta pronti. Càpita però che il giorno in cui effettivamente ci si saluta, ci si scopra sguarniti, improvvisamente consapevoli che non c’è ritorno, e che quella cosa che chiamavate disagio ora diventa dolore. Quel giorno, inevitabilmente, bisogna cucinare, festeggiare. Si può festeggiare il dolore? Si deve. Quella fitta al cuore, quel peso dentro, sono la testimonianza che quel che doveva accadere è accaduto, che si è mosso il piede per fare un passo, il primo, su una nuova via. La lacerazione dell’abbandono c’è, e quella nessuno la può evitare. Ma dopo tanto tempo a dolersi immobili, bisogna riconoscere che oggi, stasera, siamo dolenti in movimento.”

(fonte : http://www.simoneperotti.com/wp/cibo/)

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Ar-men

“Il y a des nuits de tempête confortables”   

(J.P. Abraham Armen)

Da uno sperone di roccia in mezzo al mare, dietro all’Ile de Sein, Armen  lancia la sua luce bianca a 23 miglia di distanza, 3 volte ogni 20 secondi. Credo di averlo visto lampeggiare le notti a Pointe du Van. Non è un faro come gli altri e chi ci ha fatto da guardiano, prima che venisse automatizzato nel 1990, lo sa bene. Jean-Pierre Abraham è uno di questi. Leggo la sua storia di fronte alla più bella finestra con vista di tutto il viaggio: la Baie de Brignogan con il faro di Pontusval. Un susseguirsi di rocce granitiche lisciate dal vento su un mare trasparentissimo di acqua gelata. A vederla con questo mare così calmo non ti spiegheresti mai che il nome che porta, baie des naufragès, invece le calza a pennello. E la presenza del faro testimonia dei ripetuti naufragi su questo insidioso litorale. Una popolare leggenda del luogo attribuisce agli abitanti del vicinissimo villaggio di Menneham l’abitudine di porre delle lampade sulle corna delle mucche all’unico scopo di confondere i naviganti, farli naufragare e depredarli del carico. Dei veri burloni! Non riesco a riderci su. Guardo di nuovo la costa e, questa volta, mi sembra di stare nella mia isola granitosa. La malinconia mi prende ma, niente paura, è una di quelle nuits de tempête confortables. Manolo e Manolito (il giovane Holden si è guadagnato questo nuovo nome rischiando la sua giovane pelle mentre saltava malamente da un masso di granito all’altro a un paio di metri di altezza) hanno fatto le cose in grande organizzando una festina per il mio compleanno, qualche giorno fa. C’era anche Galette, un esemplare di macareux in legno, che abbiamo simbolicamente adottato e che è diventato un insostituibile compagno di viaggio. Abbiamo mangiato e bevuto e, per la prima volta da quando siamo partiti, ci siamo comodamente spiaggiati nel più profondo oblio, con tutte le apparecchiature elettriche fuori uso. A la prochaine.