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Rose

 

Si chiama Rose. E’ minuta e asciutta con il volto solcato da rughe profonde come la sua voce. Ci accoglie con un sorriso, gli occhiali stretti in mano, il profumo del caffè. La stanza è invasa dalla luce e, piano, tiriamo fuori i lavori della settimana. Lei li osserva attentamente e non tarda a restituirci un sorriso compiaciuto o un rimprovero affettuoso. Ci guida, ci insegna e ci incoraggia, con passione, a lavorare sodo.

Sto per cimentarmi con un passaggio difficile; voglio riuscire a ottenere un ottimo risultato e sono preoccupata. Tergiverso. Senza tante cerimonie mi sollecita a incominciare. “Siediti e sbaglia pure tutte le volte che vuoi”.  C’è magia nelle sue parole. E’ come se avesse fatto un incantesimo. Non ho più paura, né ansia da prestazione, né fretta; solo voglia di provare, ricominciare, sperimentare.

Sbagliare rende felici. Dovremmo ricordarcene più spesso.

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Islomania

mediterraneo

 

“….Ho trovato in un punto dei quaderni di Gideon la descrizione delle malattie che la scienza medica non ha ancora classificato; fra esse c’era l’islomania, descritta come una rara e sconosciuta pena dell’animo. Ci sono uomini, spiegava in questo caso Gideon, che ritengono in qualche modo le isole irresistibili; la conoscenza che riescono ad ottenere di qualcuna di esse, di questi piccoli mondi circondati dal mare, li colma di una indescrivibile ebbrezza….”

Predrag Matvejević citava questo passo di Durrell in “Mediterraneo. Un nuovo breviario”, confessando di averne sofferto anche lui e di continuare ad esserne affetto “di quando in quando”. Risfoglio, oggi, il volume e ricordo con affetto e ammirazione la sua semplicità complessa e invincibile.

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Let the Sunshine

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Gerusalemme.
Sono seduta ad un caffè vicino alla Cittadella di Davide. Il sole scalda e di fronte a me scorre, frenetica, la vita della città vecchia. Un bambino giapponese in lacrime avanza, smarrito, tra la folla. In un attimo alcuni uomini gli si fanno intorno, gli parlano. Come mamma, sto in allarme, pronta a intervenire. Uno di loro lo prende per mano mentre gli altri guardano in giro per cercare la famiglia. Di corsa lo raggiunge il fratello maggiore e lo apostrofa con un rimprovero. I genitori sono poco più avanti. Si congedano ringraziando con un inchino.
Ho ancora negli occhi l’immagine di questo uomo alto che stringe la mano del piccolo e del piccolo che smette di piangere e aspetta. Sono commossa da tanta semplicità e fiducia reciproca. Indifferenti e offuscati dai mezzi di “informazione”, viviamo in un terrore indotto, incapaci, troppo spesso, di andare all’essenza delle cose.
Dov’è finita la nostra umanità? Dove è finito l’uomo? Come Diogene, lo cerco. E sono felice quando lo trovo.

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Equilibri

briccola

 

Nella sala di yoga prima della lezione c’è silenzio e concentrazione. C’è chi comincia a scaldarsi i muscoli chi, invece, semplicemente si rilassa. La luce è rotonda e calda, la musica a basso volume e l’incenso consumato. Apparentemente tutto è calmo. Apparentemente, appunto. Solo la quiete prima della tempesta.
Le caramelle nel cestino vicino all’ingresso della sala sono finite e Ale, che ne ha assoluto bisogno, va avanti e indietro agitata. Ste finisce di aggiustarsi il nervo sciatico e suggerisce, tanto sottovoce quanto malignamente, di rubare la “devota offerta” che qualcuno ha fatto a “Budda”, un paio di metri più in là. Intervengo, zelante, per puntualizzare che non si tratta di Budda ma di Ganesh. Voglio dire, Ganesh è Ganesh e Budda è Budda. Almeno le basi, signore. Ne approfitto, poi, per instillare il germe del senso di colpa ridendo fino alle lacrime mentre mi sgranchisco l’anca e aspetto di vedere che succede.
Per un fugace istante il germe attecchisce ma poi miseramente perisce in un crescendo di ilarità e trambusto. Il danno è fatto, il furto compiuto. E ora?
Dove si butta la cartina? Urge occultare le prove! Sotto il tappetino? NOOOOOOOOO!!!! E se se ne accorgono? Seguono istanti concitati in cui Ale annaspa avanzando teorie fanta-metafisiche  per giustificare il gesto (tipo “Budda mi ha attirato verso la caramella”… ancora Budda? Non avevo detto Ganesh? GANESH) e la cartina finisce, sfacciatamente solitaria, nel cestino dove ci sarebbero dovute essere le caramelle.
Sia quel che sia, oramai la lezione sta per cominciare.
La colpevole spera che questo pasticciaccio non aggiunga sfiga a quella che ha già avuto questa settimana e azzarda “domani andiamo tutte e tre a farci lo spritz…E magari portiamo anche Budda”.

“Signori buongiorno, siete alla base del vostro tappetino. Alluci e talloni che si toccano…”
Ho ancora le lacrime e stento a mantenere l’ equilibrio.

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S’alza il vento

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E’ ora di salpare.

Ci sono giornate che vanno così. Ti portano senza fatica fino al tramonto, se le lasci fare.

In programma avevamo qualche lavoro di piccola manutenzione, una rinfrescata generale di cuscini e interni, e un controllo del necessario in vista della partenza prossima. Non potevamo prevedere la richiesta di aiuto di un nostro vicino di ormeggio e nemmeno quello che ne sarebbe seguito.

Gieffe è un uomo alto, bianco di capelli, essenziale in infradito e pantaloncini rossi sbiaditi dal sale. Sorride, saluta cordiale e, se ti siedi con lui sotto gli alberi, ha sempre qualcosa da offrire: un racconto, una birra,  a volte una focaccia con le olive. C’è in lui una straordinaria attitudine alla lentezza, all’indugiare. Siede rivolto alla sua barca. Ne è follemente innamorato, come è innamorato dei mari che ha solcato, delle avventure che ha vissuto, delle persone che ha incontrato. E’ di quello che ti parla, dei volti che ha incrociato, della cordialità che conosciuto, del buon mangiare che ha gustato. Non ha bisogno di ingigantire le sue esperienze di navigazione o di eludere le sue debolezze e i suoi timori, come fanno troppi marinai, anche meno esperti di lui. Mi piace ascoltarlo mentre affondo la focaccia nella vaschetta di tzatziki. Ci informiamo su alcuni approdi che non abbiamo ancora sperimentato, dibattiamo sulla crisi della Grecia, filosofeggiamo sul senso della vita e della navigazione a vela. Il tavolino di fronte ha noi è una distesa di incarti vuoti. Che facciamo? Il sole sta calando, tra poco si riempirà di zanzare. “Perchè non venite una volta a veleggiare con me?”

S’alza il vento, andiamo a rimboccare le coperte al sole.