intervallo

Cantares

la mer

Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre la mar.

Nunca perseguí la gloria,
ni dejar en la memoria
de los hombres mi canción;
yo amo los mundos sutiles,
ingrávidos y gentiles,
como pompas de jabón.

Me gusta verlos pintarse
de sol y grana, volar
bajo el cielo azul, temblar
súbitamente y quebrarse…
Nunca perseguí la gloria.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante no hay camino
sino estelas en la mar…

Hace algún tiempo en ese lugar
donde hoy los bosques se visten de espinos
se oyó la voz de un poeta gritar:
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar…»
Golpe a golpe, verso a verso…

Murió el poeta lejos del hogar.
Le cubre el polvo de un país vecino.
Al alejarse le vieron llorar.
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar…»
Golpe a golpe, verso a verso…

Cuando el jilguero no puede cantar,
cuando el poeta es un peregrino,
cuando de nada nos sirve rezar.
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar…»
Golpe a golpe, verso a verso.

Annunci
intervallo

Duo Mariachi feat. LaPalacinca

trio

Manolo si è fatto crescere la barba e, visto che c’era, anche i capelli. Assomiglia in modo impressionante a Drugo del grande Lebowski. Si muove elastico. Smania in attesa di nuove rotte, fa manutenzione alla barca e si sente el mariachi.

Manolito è cresciuto parecchio, lievitato. Preferisce le camicie. Ne cambia un paio al giorno, povera me, e le indossa pure sgualcite. Anche lui smania mentre aspetta la fine della scuola e degli esami. Sta scrivendo un romanzo e, talvolta, ascolta musica mariachi.

Li osservo, padre e figlio, ed è come se assistessi a uno spettacolo. Musical, tragedia greca, commedia vernacolare, neorealismo testosteronico; di tutto un po’.

Le situazioni normali con loro diventano esperienze surreali.

Stiamo per uscire di casa, non esattamente in orario, e ci aspettano. Incito l’equipaggio al rush. Mentre Manolito mi guarda come se parlassi una lingua inventata,  El Grande Manolo divarica le gambe, flette appena le ginocchia, porta le mani strette a pugno all’altezza dei fianchi e, ancheggiando in maniera imbarazzante, intona di petto un sonoro “Gran Calmaaaa”.

Hay hay, Mariachi! Te lo do io Gran Calmaaa!  Musica, maestro…Tanto c’è margine.

 

in viaggio

It’s Raining Again

pioggia

Piove e sto guidando. Il tergicristallo della mia auto fa GRRR-TAH, GRRR-TAH; sì, insomma, gratta. Però lo fa a tempo e in levare. Ascolto per un po’, tanto per entrare nel groove: one TWO three FOUR. Muovo la testa. Doo dah. Schiocco le dita.  D’boo d’dah. Trovo la musica e comincio a cantare.

Una canzone improbabile, con una storia che profuma di carne arrosto.

All’epoca avevo da poco cambiato città e trovato lavoro come tuttofare a una mostra che ripercorreva l’itinerario dell’antica via della seta. Accoglievo i visitatori, facevo la guida, mi occupavo del book shop, mi spostavo da una sede espositiva all’altra, incontravo persone di tutti i tipi e scambiavo due parole con chiunque. Mi piaceva moltissimo. Una delle sedi satellite stava giusto dirimpetto ad un rinomato ristorante che, a buon diritto, spandeva ai quattro venti i deliziosi effluvi odorosi della sua carne ai ferri. Capitava, talvolta, che anche io, come novello Ulisse, ne venissi ammaliata e mi ci trovassi inguaiata nel peggiore dei modi: in servizio e, data l’ora che volge il disio, con lo stomaco incollato alla schiena dalla fame. E in quei momenti difficili giungeva in mio soccorso, puntuale e catartico, un baldanzoso signore che fischiettava…

Tanti auguri   (rrTah)  a chi tanti amanti ha. Tanti auguri   (rrTah)  in campagna ed in città. Com’è bello far l’amore da Trieste in giù…

Sono arrivata. Ha smesso di piovere. Grazie, siete un pubblico meraviglioso!

 

 

 

 

 

amarcord

Palmizio

palmizio

 

L’orchestra si dondolava come un palmizio.

Anche al palmizio piaceva parecchio dondolarsi, almeno prima che il punteruolo rosso arrivasse a divorarlo.

Fino a qualche anno fa la casa era circondata dalle palme. All’ingresso, verso la strada, ce n’era una che nel tempo era diventata straordinariamente bella. Aveva tronco robusto e folta chioma. Sporgeva, sfacciata, oltre la linea degli edifici e mi ricordava, nella sua mastodontica fattezza, la leggiadria delle donne tahitiane dei quadri di Gauguin. Buffo vederla, esile pianta, nella foto in seppia dei bisnonni.

Nel cortile, tra l’araucaria e l’arancio, ce n’erano altre due. Per anni ho architettato, senza seguito, i sistemi più improbabili per appenderci un’amaca. Non ho mai accettato che non fossero abbastanza distanziate per poterlo fare. Mi ci vedevo, dopo pranzo, un libro, la brezza, le voci in lontananza… Addio sogni di gloria.

Quella in fondo al giardino, vicino al dammuso, era nata dentro una tinozza, per caso. E lì era cresciuta sformando la plastica, rompendo la sua prigione e piantando, caparbie, le radici in quel rettangolo di terra tra le alocasie e l’asparago selvatico. Era stata nostra complice tutte le volte che, di ritorno dal mare, fingevamo di andare a fare la doccia e con il tubo per innaffiare ci spruzzavamo senza pietà. Peccato che sul più bello arrivasse sempre qualcuno a intimare “Non sprecate l’acqua!”. Ora sono io a urlarlo ai quattro venti.

La mia preferita stava nel cortile di Tzia Nina, oltre il muro. Era lei che la mattina, scompigliata dal Libeccio o dallo Scirocco, scherzava con i raggi del sole che puntavano dritto sul mio cuscino e mi svegliava. La osservavo, sonnolenta. Indugiavo, persa a scrutare la densità dell’aria nei riflessi della luce, a seguire i riccioli della grata oltre la finestra, a divagare tra il candore delle lenzuola, aspettando il profumo del caffè e le chiacchiere in cucina.

Com’era bello il mio palmizio.

 

in viaggio

Noa Noa


gauguin_noa_noa

 

“Si esce per un varco dagli scogli e si prende il largo. Una tartaruga ci guarda passare.

Arriviamo in un punto dove il mare è molto profondo, chiamato la buca dei tonni perché di notte dormono laggiù, al riparo dagli squali.

Un nugolo di uccelli marini sorveglia i tonni: ogni volta che i pesci salgono in superficie, quelli si tuffano nell’acqua e si alzano con un brandello di carne nel becco…

Ovunque la strage.”

Paul Gauguin “Noa Noa”

Uncategorized

Muro del suono

veliero

Ogni notte, meglio del canale 16, mia nonna, dalla sua camera da letto, trasmetteva a tutto volume il bollettino dei naviganti. Io, d’estate, dormivo nella stanza accanto alla sua. Resistevo fino al Medio Tirreno prima di alzarmi, andare da lei e stare lì a guardarla dormire della grossa, radio al massimo e abat-jour accesa. Non potevo spegnere la luce e, men che meno abbassare il volume; si sarebbe svegliata. Tornavo a letto, dall’altra parte della parete, e, unica testimone del suo quotidiano tributo ai marinai, fissavo il vuoto fino al Mare di Alborán.

Certe notti penso a voi, naviganti.

blues

Elogio dell’imperfezione

Ira Sullivan voleva solo suonare e ammetteva candidamente di non sapere leggere la musica troppo bene. Julia Child sosteneva che in cucina non si dovesse mai chiedere scusa. Quentin Blake incoraggiava i “geniali incompetenti incompresi” a disegnare con successo.

Mi metto comoda e, come nella Metamorfosi di Caputo, mi faccio due risate sui miei limiti. E’ un buon inizio.