buon anno

Bye bye 2016

Che il vento del rinnovamento, della creatività, della curiosità, della gioia di vivere possa gonfiare le vostre vele e portarvi là dove il vostro destino vi aspetta.

Buon vento, amici

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intervallo

Hey Mister D.J.

mr dj

Chiamatemi Santiago… che Manolito mi va stretto.

7.30 a.m. Siamo in auto. Silenzio. La luna sta tramontando e il sole sta sorgendo da dietro gli alberi. E’ uno spettacolo miracoloso. Sembra di stare nella savana, se non fosse per lo spesso strato di brina che ricopre tutto. Santiago siede accanto a me, assorto. No, non è assorto…è mezzo addormentato. Colpa mia, gli ho fatto fare tardi per andare a vedere insieme “1200 km di bellezza” (visione con la presenza del regista Italo Moscati). Lo osservo con la coda dell’occhio mentre abbozza una virgola di sorriso. Sta per succedere qualcosa. Il sole si alza oltre la line a dell’orizzonte e parte “Space Truckin'” dei Deep Purple.

Hey Mister Dj, sei un drago!  “…Come on let’s go Space Truckin…’

in viaggio · persone

Let the Sunshine

dscn0390

 

Gerusalemme.
Sono seduta ad un caffè vicino alla Cittadella di Davide. Il sole scalda e di fronte a me scorre, frenetica, la vita della città vecchia. Un bambino giapponese in lacrime avanza, smarrito, tra la folla. In un attimo alcuni uomini gli si fanno intorno, gli parlano. Come mamma, sto in allarme, pronta a intervenire. Uno di loro lo prende per mano mentre gli altri guardano in giro per cercare la famiglia. Di corsa lo raggiunge il fratello maggiore e lo apostrofa con un rimprovero. I genitori sono poco più avanti. Si congedano ringraziando con un inchino.
Ho ancora negli occhi l’immagine di questo uomo alto che stringe la mano del piccolo e del piccolo che smette di piangere e aspetta. Sono commossa da tanta semplicità e fiducia reciproca. Indifferenti e offuscati dai mezzi di “informazione”, viviamo in un terrore indotto, incapaci, troppo spesso, di andare all’essenza delle cose.
Dov’è finita la nostra umanità? Dove è finito l’uomo? Come Diogene, lo cerco. E sono felice quando lo trovo.

imprese · vendée globe

Salt Song

vendeetime

« Leurs yeux papillotent comme ceux d’un enfant devant un arbre de Noël. Elle se voit depuis quarante milles, cette masse noire, cernée d’un anneau de Saturne, de brumes troubles à travers quoi s’étouffent des vols blancs. Deux couches de nuages, la plus haute immobile, la seconde fuyante, bouclent l’horizon et rendent l’approche écrasante, presque sinistre. Les chalutiers sud-africains, qui ont continué durant l’exil à écumer les fonds jusqu’à Gough et que l’automne austral va forcer au repli, font bramer leurs sirènes en guise d’accueil. Ils sont restés quelques jours de plus pour aider au déchargement. Sur tant de gris, ce sont seulement, à l’Est, de gros traits plus foncés, que pointillent les taches jaunes des suroîts, les taches blanches des baleinières descendant le long des coques. A terre où, fait plutôt rare, l’Union Jack pendouille au bout de son mât, rien n’a encore bougé. Mais quelque part sur le plateau, dont la saison a fait un tapis fauve ocellé de vert foncé par les bouquets de flax, une maison lâche un filet de fumée. Le cratère adventice, qu’on se montre du doigt, étonne : au flanc du monstre, il semble si petit qu’on se demande comment il a pu dégorger assez de matière pour former cette sombre muraille que prolongent et compliquent des éboulements, des îlets, des amas indécis mordus par le ressac. » Hervé Bazin – Les bienheureux de La Désolation – Éditions du Seuil (Collection Points) *

Bon vent, les marins!

 

*credits:  http://www.vendeeglobe.org/fr/actualites/16347/les-bienheureux-de-la-desolation

intervallo

Cantares

la mer

Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre la mar.

Nunca perseguí la gloria,
ni dejar en la memoria
de los hombres mi canción;
yo amo los mundos sutiles,
ingrávidos y gentiles,
como pompas de jabón.

Me gusta verlos pintarse
de sol y grana, volar
bajo el cielo azul, temblar
súbitamente y quebrarse…
Nunca perseguí la gloria.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante no hay camino
sino estelas en la mar…

Hace algún tiempo en ese lugar
donde hoy los bosques se visten de espinos
se oyó la voz de un poeta gritar:
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar…»
Golpe a golpe, verso a verso…

Murió el poeta lejos del hogar.
Le cubre el polvo de un país vecino.
Al alejarse le vieron llorar.
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar…»
Golpe a golpe, verso a verso…

Cuando el jilguero no puede cantar,
cuando el poeta es un peregrino,
cuando de nada nos sirve rezar.
«Caminante no hay camino,
se hace camino al andar…»
Golpe a golpe, verso a verso.

intervallo

Duo Mariachi feat. LaPalacinca

trio

Manolo si è fatto crescere la barba e, visto che c’era, anche i capelli. Assomiglia in modo impressionante a Drugo del grande Lebowski. Si muove elastico. Smania in attesa di nuove rotte, fa manutenzione alla barca e si sente el mariachi.

Manolito è cresciuto parecchio, lievitato. Preferisce le camicie. Ne cambia un paio al giorno, povera me, e le indossa pure sgualcite. Anche lui smania mentre aspetta la fine della scuola e degli esami. Sta scrivendo un romanzo e, talvolta, ascolta musica mariachi.

Li osservo, padre e figlio, ed è come se assistessi a uno spettacolo. Musical, tragedia greca, commedia vernacolare, neorealismo testosteronico; di tutto un po’.

Le situazioni normali con loro diventano esperienze surreali.

Stiamo per uscire di casa, non esattamente in orario, e ci aspettano. Incito l’equipaggio al rush. Mentre Manolito mi guarda come se parlassi una lingua inventata,  El Grande Manolo divarica le gambe, flette appena le ginocchia, porta le mani strette a pugno all’altezza dei fianchi e, ancheggiando in maniera imbarazzante, intona di petto un sonoro “Gran Calmaaaa”.

Hay hay, Mariachi! Te lo do io Gran Calmaaa!  Musica, maestro…Tanto c’è margine.

 

in viaggio

It’s Raining Again

pioggia

Piove e sto guidando. Il tergicristallo della mia auto fa GRRR-TAH, GRRR-TAH; sì, insomma, gratta. Però lo fa a tempo e in levare. Ascolto per un po’, tanto per entrare nel groove: one TWO three FOUR. Muovo la testa. Doo dah. Schiocco le dita.  D’boo d’dah. Trovo la musica e comincio a cantare.

Una canzone improbabile, con una storia che profuma di carne arrosto.

All’epoca avevo da poco cambiato città e trovato lavoro come tuttofare a una mostra che ripercorreva l’itinerario dell’antica via della seta. Accoglievo i visitatori, facevo la guida, mi occupavo del book shop, mi spostavo da una sede espositiva all’altra, incontravo persone di tutti i tipi e scambiavo due parole con chiunque. Mi piaceva moltissimo. Una delle sedi satellite stava giusto dirimpetto ad un rinomato ristorante che, a buon diritto, spandeva ai quattro venti i deliziosi effluvi odorosi della sua carne ai ferri. Capitava, talvolta, che anche io, come novello Ulisse, ne venissi ammaliata e mi ci trovassi inguaiata nel peggiore dei modi: in servizio e, data l’ora che volge il disio, con lo stomaco incollato alla schiena dalla fame. E in quei momenti difficili giungeva in mio soccorso, puntuale e catartico, un baldanzoso signore che fischiettava…

Tanti auguri   (rrTah)  a chi tanti amanti ha. Tanti auguri   (rrTah)  in campagna ed in città. Com’è bello far l’amore da Trieste in giù…

Sono arrivata. Ha smesso di piovere. Grazie, siete un pubblico meraviglioso!

 

 

 

 

 

amarcord

Palmizio

palmizio

 

L’orchestra si dondolava come un palmizio.

Anche al palmizio piaceva parecchio dondolarsi, almeno prima che il punteruolo rosso arrivasse a divorarlo.

Fino a qualche anno fa la casa era circondata dalle palme. All’ingresso, verso la strada, ce n’era una che nel tempo era diventata straordinariamente bella. Aveva tronco robusto e folta chioma. Sporgeva, sfacciata, oltre la linea degli edifici e mi ricordava, nella sua mastodontica fattezza, la leggiadria delle donne tahitiane dei quadri di Gauguin. Buffo vederla, esile pianta, nella foto in seppia dei bisnonni.

Nel cortile, tra l’araucaria e l’arancio, ce n’erano altre due. Per anni ho architettato, senza seguito, i sistemi più improbabili per appenderci un’amaca. Non ho mai accettato che non fossero abbastanza distanziate per poterlo fare. Mi ci vedevo, dopo pranzo, un libro, la brezza, le voci in lontananza… Addio sogni di gloria.

Quella in fondo al giardino, vicino al dammuso, era nata dentro una tinozza, per caso. E lì era cresciuta sformando la plastica, rompendo la sua prigione e piantando, caparbie, le radici in quel rettangolo di terra tra le alocasie e l’asparago selvatico. Era stata nostra complice tutte le volte che, di ritorno dal mare, fingevamo di andare a fare la doccia e con il tubo per innaffiare ci spruzzavamo senza pietà. Peccato che sul più bello arrivasse sempre qualcuno a intimare “Non sprecate l’acqua!”. Ora sono io a urlarlo ai quattro venti.

La mia preferita stava nel cortile di Tzia Nina, oltre il muro. Era lei che la mattina, scompigliata dal Libeccio o dallo Scirocco, scherzava con i raggi del sole che puntavano dritto sul mio cuscino e mi svegliava. La osservavo, sonnolenta. Indugiavo, persa a scrutare la densità dell’aria nei riflessi della luce, a seguire i riccioli della grata oltre la finestra, a divagare tra il candore delle lenzuola, aspettando il profumo del caffè e le chiacchiere in cucina.

Com’era bello il mio palmizio.